giovedì 28 maggio 2009

La serietà non è più una virtù

Ieri sera nell'ennesimo incontro di presentazione del programma, durante il mio intervento, ho dimenticato gli appunti che avevo tra le mani e mi sono lanciata in una lunga parentesi sulla necessità di recuperare la dimensione della serietà.
La cultura imperante dei soldi e del successo a tutti i costi ci suggerisce continuamnete "take it easy", non pensare, carpe diem senza scrupoli. Facile, così diventa accusare l'altro che viene da lontano, leggera è una vita fatta di sorrisi falsi, di ridicole battute e di bellezza omologata, semplice è un mondo diviso tra bianco e nero: senza sfumature né rapporti autentici,agevole è l'essere furbi. L'easy ha conquistato tutti, destra e sinistra, religiosi e atei; è divenuto valore dominante guida di ogni comportamento. Nessuno osa metterlo in discussione.
La complessità è ripudiata perché associata alla serietà, quest'ultima significa noiosa onestà, riflessione, messa in discussione del proprio io, impegno, continuità, essere al servizio degli altri.
La serietà non è più una virtù e la nostra società sembra incosapevolmente galleggiare felice su un fluido magma di tragedie interiori... Siamo sicuri che il take it easy sia la strada giusta?

martedì 26 maggio 2009

segui il flusso: l' open source tra rischi e virtù

Il termine open source allude alla fruizione di un prodotto comunicativo, quindi sociale, culturale, informatico frutto di un lavoro collettivo o di un singolo all'interno di una serie di relazioni. Per la sua stessa natura il post-moderno si lega strettamente a tale concetto di fair use: accessibilità gratuita, democratica. L'epoca del Post-Moderno porta con sé frammentazione, complessità, fine delle grandi ordinate narrazioni ideologiche-religiose del passato, è l'epoca in cui si prende coscienza dell'essere altro rispetto al moderno, in cui si porta l'attenzione sulla differenza, sull'ombra; in virtù di ciò tutte le forme espressive attuano una sorta di decostruzionismo: si ispirano ai testi esistenti dando a questi una nuova lettura, un nuova forma, generando così il nuovo. In tal senso l'accesso libero ai prodotti culturali del passato è, non solo una scelta politica atta a garantire a tutti, al di là delle possibilità economiche, la conoscenza di opere letterarie, musicali, cinematografiche fotografiche e figurative delle varie tradizioni culturali mondiali, ma anche un processo fisiologico della società cultura post-moderna in cui viviamo e di cui ci nutriamo . L'open source sembra essere il miglior emblema del concetto di rete. L'organizzazione gerarchica cede il passo alla rete, non più, quindi, ricerca di verità assolute, di categorie trascendentali, di uniche radici di strutture arboree ben ordinate secondo priorità, di una Ur-struttura; in ogni disciplina scientifica, nell'arte, nella produzione industriale e nei rapporti sociali sembra prevalere la rete, la collaborazione fra nodi secondo un' organizzazione non più gerarchica ma dettata dalla condivisione e dalle sinergie, in base quindi ad un'organizzazione altra rispetto a quella tradizionale.

Con i new media le strutture neuronali sembrano essere state trasportate all'esterno del cervello e divenute modello per l'organizzazione di un'intelligenza totale che non è semplice somma delle parti, ma è qualcosa di più, un sapere che raccoglie lo scibile frutto della libera circolazione di idee, di connessioni tra narrazioni personali e di gruppi. Non hanno più spazio le epistemologie fondate sul soggetto trascendentale, o sull'empirismo dei fenomeni naturali. Chi cerca di arrestare tale flusso è destinato a fallire, le leggi tradizionali sulla proprietà intellettuale possono arginare, stringere i lacci delle infinite possibilità dell'open source, ma il risultato ottenuto è molto diverso dagli intenti;la loro esistenza, infatti, permette paradossalmente di realizzare reti sempre più forti la cui identità coincide con la volontà di trasgredire le norme tradizionali e i loro confini nazionali .

L'introduzione della proprietà intellettuale, da cui segue il diritto d'autore, è stata una grande rivoluzione che ha permesso alla fine epoca Moderna agli scrittori, compositori, giornalisti di salvaguardare la propria creatività e di poter vivere in modo dignitoso del proprio lavoro. Sul piano editoriale ha comportato lo sviluppo di un maggiore spirito imprenditoriale e ricerca di novità, inediti. Presto, tuttavia, la proprietà culturale si è trasformata in proprietà industriale, il confine tra profitto e salvaguardia si è col tempo sempre più assottigliato sino a sparire. Il diritto d'autore ha perso il suo significato, anzi rappresenta la condanna a morte degli editori e soprattutto limita la creatività del Post-Moderno, un'espressività comunicativa fondata sulla decostruzione e rimediazione. Il diritto d'autore, infatti, permette lo sviluppo di tale comunicazione solo a chi ha disponibilità economica per pagare il copy right, come narra il fumetto "Bound by law?"; una giovane regista di documentari difficilmente potrà produrre in modo indipendente la sua opera. L'open source, però, in tutte le sue declinazioni rischia di essere un' illusoria utopia dorata il cui luccichio nasconde numerose ambiguità legislative, economiche e teoriche.

Sembra che la legge non riesca a comunicare con la società; ancorata al passato, cieca, non osserva il futuro, lo rifiuta, perdendo così d'autorità. Sarebbe necessario un sistema legislativo capace di auto-rigenerarsi, di trovare l'equo equilibrio tra totale anarchia e completo controllo.


Le grandi industrie hanno, invece, velocemente compreso le potenzialità dell'open source: la sua sintonia con gli umori del mondo contemporaneo. Stanno, così, cercando di penetrarlo e piegarlo ai propri interessi. Multinazionali che elaborano software investono in programmi open source, l'industria culturale cerca di entrare in dialogo con questo, ad esempio gruppi musicali come i Radiohead mettono a disposizione alcune loro canzoni gratuitamente sul web. Il mondo cinematografico sfrutta il web 2.o per rendere alcuni film e serie televisive fenomeni di massa, spandendo, grazie a blog non ufficiali, siti amatoriali e gruppi su facebook, quell'alone mitologico. Talvolta prodotti amatoriali sviluppati nell'ambito dell'open source sono da stimolo per la pubblicità che gira sui mass media tradizionali; le agenzie pubblicitarie si ispirano ai video di you tube, alla loro estetica, ai contenuti prevalenti, per elaborare spot in sintonia con l'utenza. Software a pagamento si modellano sui programmi nati dalla collaborazione dal basso, quindi maggiormente rispondenti ai bisogni degli utenti, poiché sistemi in grado di evolversi velocemente. In generale lo stesso sistema di produzione industriale si modella sul paradigma della rete, dell'open source, essendo sempre più delocalizzato in tutto il mondo, diviso in micro-distretti che collaborano per la produzione di un medesimo oggetto.

Sull'open source entrano quindi con forza interessi economici , questo insinua il sospetto che l'apertura e l'accessibilità democratica siano solo apparenti. La comunicazione open source rischia di essere eterodiretta dall'economia ed anche l'espressività profonda autentica si perde nell'oceano delle immagini dell'apparire, delle aride icone dell'omologazione , dell'overload di informazioni generiche , la cui gerarchia- si pensi a wiki, a rss -solo apparentemente è frutto di una scelta collettiva, di condivisione e confronto. L'introduzione dello spirito critico, quindi di una formazione della persona autentica potrebbe evitare il rischio di essere abbagliati dalla complessità, finendo in un labirinto senza senso.

lunedì 25 maggio 2009

preferenze, che orrore!

Abbondante e tranquilla cena dei candidati del Pd, tutti appaiono allegri, la vittoria è quasi scontata. Si respira un clima di simpatia, qualche rimprovero del candidato Sindaco per il nostro eccessivo entusiasmo, ma tutto sembra filare liscio, come una grande famiglia che dopo qualche piccolo scontro si riunisce sinceramente poiché sa di essere accomunata da un medesimo destino.
La speranza che le tensioni dei giorni passati fossero, appunto, un lontano ricordo si rompe improvvisamente appena entrati nella piccola e sporca stanzetta delle riunioni: la sede del circolo Enrico Berlinguer. Il segretario prende il suo posto di comando dietro il tavolone antico, dopo un breve memorandum dei prossimi appuntamenti elettorali la discussione cade nuovamente sulle preferenze, il clima gioioso scompare, prendono il sopravvento negli sguardi di tutti i candidati astio e paura; la politica è questo, bellezza. A destra veline soldi e razzismo, a sinistra gerarchia di incarichi e scontri interni, gli ideali sono vecchie narrazioni che non trovano posto neanche dalla mia parte; sono vetusti scheletri che fieramente vanno definitivamente sepolti.
Cosa resta?
La politica è solo uomini pronti a tutto per un pugno di voti?

domenica 24 maggio 2009

Il naufragio del Pd; volpi, leoncini e speranzosi agnelli.

Ho compilato la lista, scritto i possibili elettori o gruppi dove potrei trovare i voti, ma su quali basi dovrò chiedere di scrivere sulla scheda il mio nome a queste persone?
Appurato, infatti, che la meritocrazia non premia, che la societa reale risucchiata dal qualunquismo si rifiuta a priori di leggere un programma o partecipare ad un incontro pubblico mi chiedo in quale modo si forma oggi l'opinione pubblica politica, per definizione, sin dalla polis ateniese, pilastro di ogni democrazia.

Dal piccolo al grande il gioco si focalizza sull'individuo, quindi la faccia del candidato; ciò, rimandando all'idea di chiarezza e responsabilità, apparentemente potrebbe sembrare corretto, ma il nocciolo della questione è capire quali aspetti del candidato devono essere oggetto di valutazione.
Mancano due settimane alle elezioni ed ho capito che l'importante è essere amici di tutti, stringere le mani, non risparmiare mai battute e, al massimo, dispensare qualche breve spot elettorale calibrato sulla persona da convincere. Nel mio piccolo mondo di centro-sinistra ho trovato, così, la chiara dimostrazione dell'efficacia del paradigma berlusconiano.
Il Pd, partito che, tuttavia, ancora vedo come unica possibilità a disposizione dell'Italia per salvarsi dal baratro del razzismo, della povertà, dell'ignoranza e della disuguaglianza sociale, non ha più una direzione stabilita da una meta u-topica all'orizzonte; sta ruotando su facce prive di spessore, segni paradossalmente senza significato, dotati solo di uno squallido omologato significante-il volto sorridente e sicuro di sé-. Molti per descrivere la situazione attuale del più grande gruppo di opposizione utilizzano la metafora della barca che naviga a vista nella nebbia. Tale immagine non è molto appropriata, sarebbe più opportuno paragonare il Partito Democratico ad un naufrago che tenta di rimanere a galla, aggrappato alla speranza. Nel primo caso lo smarrimento è momentaneo, occorre solo attendere che la nebbia sparisca affinché la rotta possa essere nuovamente ripresa. La seconda metafora, invece, descrive una situazione ben più grave, in cui non vi sono progetti, soluzioni solo speranza e l'abbandonarsi alla "corrente". Il Pd è chiaramente in quest'ultima situazione, poiché, anziché reagire ed elaborare alternative culturali e progettuali, continua d infliggersi del male, concentrandosi su vecchie e nuove strategie di potere frutto di scontri personali e niente più. Senza un quadro di riferimento stabile e duraturo assomiglia ad un contenitore stracolmo di girini che si muovono istericamente cercando di divenire ciascuno la prima rana per occupare più spazio. Nella mia breve esperienza ho incontrato troppi volponi nell'ombra pronti a cucinare agnellini e tanti piccoli leoncini molto intraprendenti e sfacciati che sotto la protezione degli anziani furbacchioni aspirano alla propria affermazione personale.
Appare chiaro che i problemi del partito democratico non sono di età o genere, ma frutto del persistere di vecchie idee e vetuste furbizie.
Giorno dopo giorno la mia propensione alla critica sta trasformandosi pericolosamente in patetico risentimento.Continuo, malgrado tutto, come il naufrago, a sperare: la lotta intestina tra i predatori li porterà ad autodistruggersi e gli agnelli, grazie ad un rinnovato elettorato partecipe ed ad una società civile più matura e critica, potranno, mantenendo il loro onesto candore, prendere in mano le sorti del Pd.

venerdì 22 maggio 2009

Campagna elettorale tra incubi notturni e disillusioni diurne.

La ricerca delle preferenze sta diventando insopportabile, secondo calcoli fatti da esperti strateghi mugellani per essere eletta in Consiglio Comunale necessito almeno di 50 preferenze. Ho pochi parenti e non troppi amici votanti a Dicomano, non ho vicini di casa - abito in una villetta singola-, non ho il macellaio di fiducia, né grande appoggio del partito perché il pd è easy, così fluido da perdersi dietro inutili giochini di potere. Come fare? Fino a qualche ora fa pensavo, da illusa sognante, che le preferenze siano essenziali, oltre la scelta del partito e della coalizione, è indispensabile poter votare la persona. Dotata di grande ottimismo, sono corsa alle varie iniziative, sono intervenuta: prendendo spunto dal programma della coalizione, ho spaziato tra vita quotidiana e attualità nazionale, regolarmente ogni intervento è stato piacevolmente accolto da applausi e complimenti. Per giorni e giorni sono stata stupidamente convinta che tutto procedesse per il meglio. Qualche ora fa alcuni strani discorsi e sospettosi atteggiamenti mi hanno aperto gli occhi; intimorita dalla sensazione di essere ingabbiata fra molteplici furbizie, sconfitto il mio orgoglio, ho chiesto consiglio. Ecco per salvarmi le mie prossime mosse: devo contare i voti sicuri, successivamente compilare la lista delle persone papabili a cui devo chiedere esplicitamente la preferenza... Cosa? Dovrei salutare tutti i conoscenti e dopo qualche frase di rito propormi candidamente come la consigliera ideale? Il mio sogno si rompe in mille pezzi, ritorno sullo sporco pianeta terra e tutto, malgrado le assolate giornate, diventa buio. Solo ora mi è cristallino che non ha, anche in campagna elettorale, alcuna importanza il merito e l'impegno; per ottenere voti è necessario conoscere e chiedere, innescando, così, il giusto passa parola. Sono disarmata, questa è la via non c'è alternativa , a pochi interessano le mie idee, il mio impegno, la mia persona, le mie competenze ed esperienze nell'associazionismo. Per il "mio" partito sono una pedina da manovrare, per i candidati degli altri partiti appartenenti alla "mia" coalizione una fastidiosa concorrente troppo esplicita, per i cittadini niente, al più una faccia o un nome. Mi chiedo se questa sia democrazia, se il voto sia realmente rappresentativo, se la politica nell'amministrazione di un comune abbia una funzione oltre alla sua autolegittimazione.
Stasera ho paura; temo di non essere tagliata per l'attività politica, di aver poco pragmatismo e senso della strategia, di non essere eletta, di essere troppo ingenua e, soprattutto, di addormentarmi.
Non voglio, infatti, come è accaduto nelle scorse notti, nuovamente sognare di essere inseguita da squadre compatte di giovani mascherati con svastiche sul petto ed armati con strani fucili che sparano lance. Mentre io indifesa corro e chiedo aiuto invano, gli uomini tutti neri procedono con disciplina militare, senza affaticarsi mi raggiungono, sono ormai nelle loro mani, ma questi mi ignorano, non mi toccano. Qualcuno, non so chi, mi avverte che è la loro tattica: mi uccideranno lentamente, senza che io comprenda cosa sta accadendo. L'ansia è totale, insopportabile, si impadronisce di ogni cellula del mio corpo, nell'incubo mi impongo di svegliarmi, apro gli occhi e scorgo sulla parete un enorme ragno nero, velocemente cerco di ucciderlo, ma avvicinandomi vedo che è più grande della mia mano, guardo più attentamente sulla parete ci sono centinaia di altri insetti neri giganti, la situazione è grottesca, l'ansia è sostituita dal panico. Mi sono catapultata da un incubo in un altro e non riesco a svegliarmi ...

giovedì 21 maggio 2009

Stare on line

Stare in un luogo significa prenderne parte, personalizzandolo. L'idea che siano necessarie delle regole per stare on line presuppone che si consideri il web non più come un labirinto di ipertesti costituito da infiniti e caotici rimandi, ma come uno spazio di infinito sapere che si delinea si struttura ad ogni consultazione, secondo la storia, l'esperienza la coscienza di colui che in un certo momento lo abita, immergendosi profondamente in esso.

Teorici del web come De Kerckhove sottolineano come nella rete la trasgressione delle regole diventi normalità, si creino micro-tribù accomunate proprio dal non rispettare le norme ufficiali . Il virtuale, più che un mondo senza regole, è un altro cosmo ed in quanto tale ha un ordine e semplicità generati da specifiche norme . Il testo di Downes ne è una sintesi; le sette regole dello stare on line potrebbero equivalere ai principi fondamentali del vivere il /nel web. Quando l' ambiente reale e la sfera del virtuale si compenetrano. si verifica, però, lo scontro tra due diverse concezioni della legalità; le regole del web, del resto, sembrano essere state elaborate spontaneamente dal basso come alternativa, quindi resistenza, a quelle della realtà tradizionale. Il problema è annoso dai diritti d'autore -mutatis mutandi- ai siti di apologia al nazismo o ai profili su fb dei boss mafiosi.

Per comprendere questo evolversi pericoloso dello scontro tra norme di ambienti diversi occorre ripartire dalle fondamenta dello stare on line.

Essere reattivi è la conditio sine qua non, ciò significa essere pronti all'ascolto, alla ricezione, il vivere un'esperienza testuale è il punto di partenza per la creazione di un nuovo testo, Derrida, descrivendo il metodo decostruzionista, sottolinea l'importanza del testo della tradizione, espressione della cultura filosofica metafisica occidentale, esso è il luogo, il contesto a partire dal quale è possibile creare sempre ulteriori testualità, occorre analizzare, cogliere le differenze, gli scarti, le zone d'ombre di ciò che è dato, in tal modo la novità, già in potenza nel vecchio, può prendere forma, ritornando alla luce.

L'utente del web 2.0, definito da De Kerckhove screttore: lettore e scrittore-editore, è sempre animato da un protendersi intenzionale all'ascolto e/o alla visione; dunque si può ben affermare che, accanto alla decostruzione, assume un ruolo principe l'ermeneutica che è essenzialmente la costruzione, tramite un virtuoso circolo ermeneutico, di un'interpretazione condivisa. Quest'ultimo termine porta l'attenzione su un altro principio, per Downes, dello stare on line: l'essere sempre connessi. Connessione non è solo un stato fisico, ma anche mentale, è l'essere col proprio io-sé costantemente in gioco, quindi presuppone attenzione e capacità critica di rielaborare quanto è stato percepito tramite processi botton-up. Queste sono le premesse per instaurare rapporti connettivi empatici con gli altri individui e micro-collettivi pensanti, ciascuno con il proprio peculiare mondo di conoscenza. Essere connessi è, dunque, molto faticoso, poiché il confronto, la ricerca di terreni comuni, quindi l'abbandono dei propri pregiudizi è impegnativo e non sempre dà i risultati previsti. Essere co-nessi significa istituire nessi tra concetti, testi, ma anche inserirsi col proprio io-soggetto, la propria storia all'interno di un vitale tessuto comunicativo. La rete non è però una enciclopedia complessa e frammentaria, bensì all'interno di uno spazio di sapere- per dirlo con Levy- è una costruzione sempre in fieri tra gli gruppi pensanti caratterizzati da propri mondi di riferimento. all'interno della tribù il cogitare è aperto, in virtù dei rapporti che nascono tra i collettivi, lo spazio del saper assume varie curvature e le identità mutano.

Stabilire un autentico rapporto significa essere attori di una comunicazione formativa del sé attraverso il confronto con l'altro, la comunicazione non è solo trasmissione di informazioni, ma riguarda ciò che si è. Secondo tutta la filosofia analitica inglese, la comunicazione è un atto ben preciso e Grice stabilisce il principio di cooperazione come base affinchè un discorso sia accessibile a tutti gli interlocutori, quindi atto efficace. Tale principio è delineato attraverso quattro massime, tra queste vi è quella della qualità. Essa prevede che il contenuto sia vero e quindi gli interlocutori siano animati da buona fede. "Il sii te stesso" di Brownes, che richiama il conosci te stesso socratico, può essere considerato come un caso, per altro il più importante, di tale massima. Colui che produce una bugia, infatti, oltre a non essere più se stesso per l'altro, delinea un sé che non è ri-conosciuto dall'io. Si perde così la comunicazione come formazione dell'io che si fa sé attraverso l'altro, il mentire all'interlocutore è un mentire a se stesso, condividere con l'interlocutore solo una parte della storia personale è un formarsi parzialmente e continuare a nascondersi;


[L’unico modo per permettere alle persone di capirti è quello di consentire loro
di simpatizzare con te, arrivare a conoscerti a sentire empatia nei tuoi
confronti . La comprensione ha a che fare tanto con le emozioni quanto con la
conoscenza. ](Downes).

Avere come obiettivo una comunicazione formativa significa anche concepirla come dono, flusso potenzialmente infinito, senza argini, né direzioni, espressione della natura sociale dell'uomo, senza alcun interesse celato, senza voler condurre l'interlocutore su una certa idea. In caso contrari0 l'atto comunicativo non è più condivisione volta al rinnovamento delle interpretazioni, ma è retorica persuasiva, ben lungi dalla comunicazione come condivisione volta al rinnovamento. La comunicazione autentica prevede un confronto di idee, di semiosfere, di narrazioni autobiografiche avvalendosi dell'argomentazione logica e delle emozioni, ma sempre senza secondi fini, eccetto quello palese della propria crescita interiore. La formazione entra prepotentemente nell'ambito della comunicazione on-line; il web 2.o è strumento, come il corso stesso di tecnologia della comunicazione on line dimostra, fondamentale. La sua portata rivoluzionaria è frutto non tanto della possibilità di tradurre le antiche lezioni frontali su nuovi supporti, ma piuttosto, di cambiare profondamente l'insegnamento e l'apprendimento, espandendoli durante l'intero arco della giornata, coinvolgendo tutta la persona, aumentando le capacità critiche del maestro e dell'allievo. La peculiarità di questa u-topia comunicativa/formativa si annida proprio nel recuperare quel confronto dialogico socratico tra allievo e maestro oltre che tra gli stessi allievi, nel creare una micro-comunità aperta dove nessuna confusione di ruoli si verifichi. Il web 2.o, essendo intuitivo, è facilmente utilizzabile per obiettivi di formazione personale e professionale. Il mondo dei social-networkig, di Second Life , di Wiki non necessita, infatti, di libretti d'istruzione, costituiti da ordini dogmatici informatici, è, al contrario, immediatamente a disposizione di chiunque abbia un minimo di alfabetizzazione informatica. La prossimità del mezzo alla mente umana narrativa e sociale è proprio la conseguenza di una analogia di funzionamento e di un reciproco condizionamento etico ed estetico.







mercoledì 20 maggio 2009

Ancora campagna elettorale: l'odio,la periferia e le donne...

La campagna elettorale continua e il nazionale detta l'agenda anche del locale; ieri sera, così, nell'ennesimo incontro con i cittadini, dalla riqualificazione urbanistica la discussione è volata sull'immigrazione, in realtà un fil rouge fra questi due argomenti apparentemente così lontani vi è e proprio in questo esile legame potrebbe risiedere la corretta risposta a chi, vittima della campagna razzista del governo, si sente insicuro e assediato dallo straniero.
C'è chi per un pugno di voti non ha problemi a incendiare gli animi con l'odio contro l'altro,cercando così di sommergere nell'oblio gli animi, rendendoli dimentichi della funesta crisi economica. L'immigrato, soprattutto clandestino, è nell'opinione di molti italiani equivalente a delinquente, tale associazione, a sua volta, si fonda sulla relazione tra insicurezza e immigrazione, facilmente ottenibile diffondendo paura. Ogni amministrazione per evitare l'estendersi di tale melassa di odio rancore e incertezza dovrebbe non alimentare il timore con barriere, ma spingere per una società multi-etnica, quindi per la realizzazione di un altro mondo fra i tanti possibili, dove ogni gesto e comportamento assumano un significato diverso rispetto a quello che hanno in questa triste e squallida Italia; esemplificando al massimo, un mondo in cui un uomo che va a pregare non è terrorista solo perché il suo credo non è quello cristiano.
Il punto di partenza per tale sfida politico-amministrativa è la periferia, la frazione, quella zona lontana dal centro, dalla luce della ribalta, dal lusso e dalla ricchezza, il non luogo per eccellenza poichè senza identità, essendo un agglomerato informe e interscambiabile con tanti altri analoghi non luoghi, tristemente abbandonati alla abitudinarietà del lavoro, della palestra e del centro commerciale. L'u-topia è ricreare quei non-luoghi con progetti democratici condivisi dagli abitanti, qualsiasi sia la loro nazionalità, dello spazio-tempo periferici, condizione quanto materiale, tanto spirituale. L'obiettivo da perseguire è trasformare disumani casermoni, inquietanti parcheggi e solitari spazi vuoti in tanti micro-centri disseminati, occasioni di dialogo, ascolto e confronto per dar vita ad un colorato tessuto sociale in cui ogni filo grazie al suo tessersi con l'altro ritrova un profondamente orientato senso. In una siffatta comunità non vi sarà spazio per la paura, ma solo grande voglia di sentire storie di vita e narrare la propria perché nello sguardo e nella voce dell'altro l'io si ritroverà e capirà. Questa deve essere la risposta a chi vuol lo scontro tra le periferie del mondo. Tale alternativa non può che avere le donne come protagoniste, per la loro inclinazione al pathos come empatia, al dialogo come discorso reciproco ed al loro rifiuto di qualsiasi violento monologo.

martedì 19 maggio 2009

PubMed

Non sono necessarie molte parole per descrivere l'intento di tale tool; il nome è di per sè esplicativo, PubMed è l'abbreviazione contemporaneamente di pubblicazioni mediche e di pubblicazioni pubbliche mediche. Tale astuto gioco linguistico ricorda che una pubblicazione per definizione deve essere bene di tutti, disponibile per tutti. Quelle due sillabe potrebbero richiamare alla mente anche un più ampio obiettivo: realizzare un'assistenza medica pubblica.
Sembra banale pensare che non dovrebbero esistere né ostacoli, né restrizione economiche sulla letteratura medica; la salute è bene primario, a chiunque deve essere garantita la massima qualità delle cure, quindi ogni medico, in qualsiasi struttura sanitaria, deve aver accesso libero alla più aggiornata letteratura medica. Tale sillogismo appartiene alla logica comune, è totalmente condivisibile, ma si scontra con la dura realtà. PubMed appare un progetto importante, malgrado la tremenda traduzione in italiano, ma sarebbe ingenuo pensare che questa sia la semplice risoluzione di una questione molto complessa legata ai finanziamenti delle ricerche, alla distribuzione dei brevetti per le cure mediche e alla gestione della sanità.
I sistemi di finanziamento delle ricerche in Italia e negli Usa rappresentano due poli diametralmente opposti e un sommario confronto mette in luce la presenza di difficoltà in entrambi i casi. Il sistema di ricerca americano ha grandi risorse economiche fornite da industrie, lobby e personalità a istituti e università anch'essi privati, la ricerca, dunque, entra a pieno titolo nel gioco economico e presumibilmente il profitto non sarà un suo obiettivo secondario. Questo in campo medico porta ad avere risultati di ricerche non a tutti accessibili; l'altra faccia di una tale organizzazione è, del resto, l'assistenza medica a pagamento. In Italia le università ed i maggiori centri di ricerca (ancora per poco) sono pubblici, il problema è molto banale, da una parte il governo non li finanzia in modo adeguato, dall'altra si ha molto spreco di denaro, dando, tra l'altro, uno spazio limitato alle menti meritevoli. La questione della pubblicità delle ricerche solleva il più ampio problema (che non tratto per mancanza di spazio e competenza) dei brevetti sui farmaci che impediscono un loro utilizzo da parte di tutti i cittadini del mondo: in ogni istante la vita del continente africano è posta a dura prova da tale disumana realtà. PubMed è quindi una piccola goccia di equità nel mare dell'ingiustizia medico-sociale. Il suo funzionamento "tecnico" è abbastanza facile, ma chiaramente i documenti a cui permette di accedere e le stesse categorie in cui sono suddivisi sono pensati per medici e ricercatori, quindi difficilmente consultabili per un normale utente.

lunedì 18 maggio 2009

Tra Comunione elettorale e lucciole...

Sono abitudinaria e forse interpreto la vita rimanendo ancorata troppo ai miei pregiudizi, ma del resto questi sono l'unica via che l'uomo ha per comprendere il testo della vita, costruito giorno giorno, esperienza dopo esperienza.

Sono atea convinta, non sono stata battezzata e consapevolmente vivo con gioia questa mia condizione di estrema libertà di coscienza. Per tale motivo ho sempre cercato di evitare la partecipazione ad ogni genere di momento religioso imposto a piccoli bambini, ancora non capaci di comprendere in profondità l'essenza dell'avere una fede, soprattutto se si trasformano in volgari feste, occasioni di consumismo e mercificazione. Ieri alle cinque, tuttavia, mi sono ritrovata in una splendida villa sulle colline intorno a Dicomano, tra bollicine, Chianti rosso di ottima qualità e tagliata: insomma nel massimo sfarzo per una festa di Comunione. Sono stata indotta a parteciparvi: quell'invito, secondo tutti, era un'opportunità da non perdere per la ricerca di preferenze. Presto mi sono accorta, però, tra una sigaretta, un sorriso e l'ennesimo bicchiere, che non c'era spazio per la mia bella politica, fatta di progetti e alti ideali, opinioni positive e pungenti critiche.

La politica entrava nelle discussioni nei suoi aspetti più volgari e offensivi, del resto dovevo immaginarlo, vista la mia enciclopedia di pregiudizi, che avvocati, costruttori e architetti avessero un certo approccio alla realtà eccessivamente legato ai propri interessi economici.

La serata è piacevolmente calda, girando per le varie stanze osservo quadri psichedelici stupendi e pacchiane riproduzioni di opere trecentesche. Su un antico tavolo in pietra si trova un eccezionale capitello, mentre lo tocco, sono raggiunta dal padre della festeggiata, questi borioso mi conferma che si tratta di un pezzo tardo romano autentico. Com'è possibile? In Italia basta avere un po' di soldi per poter prendersi ciò che appartiene a tutti e conservarlo egoisticamente solo per i propri sguardi. Mi complimento col padrone di casa che mi conduce a vedere la cantina, bellissima, attraversata da un odore strano che porta in un'altra dimensione, rurale, autentica da arcadia dorata, alle pareti, fra le infinite bottiglie, sono appesi numerosi affascinanti oggetti per la mescita. Tornata in giardino le persone presenti sono aumentate, ricconi e arricchiti gareggiano pateticamente a fingere la perfezione, molti sfoggiano le compagne come trofei, queste sono sedute separatamente non sopportando le discussioni d'affari dei loro uomini. Tutto è ripugnante, vorrei fuggire, il mio ragazzo, invece, saltella da un tavolo ad un altro, ama quel posto e forse quella gente. La serata trascorre; arriva, tra l'altro, il giovane candidato a Sindaco della PDL, tra le braccia ha un minuscolo canino, svetta per la sua altezza e per il completo che indossa di un' eleganza esagerata. Mi sembra di trovarmi in un'orrenda copia di quei famosi salotti buoni, o , peggio ancora, di certe rozze feste da "vip". Se gli originali mi sollevano una profonda rabbia, all'interno della riproduzione, emblema dell'occupazione dell'Italia da parte della cultura berlusconiana, provo compassione per chi non sa costruire una propria identità e si aggrappa ai soldi, all'apparire, all'emulare. Deve essere difficile, immagino, essere la brutta imitazione per tutta la vita, avere e voler avere sempre più per raggiungere i papponi di successo. Verso mezzanotte finalmente riesco ad uscire da quell'altissimo cancello, meravigliosamente tutta la vigna sotto la strada è illuminata da centinaia di lucciole, il ricordo corre all'infanzia, ogni lucciola un soldino; la voglia mi invade, mi lancio per catturarne un po', intravedo, grazie al chiarore della luna, il mio ragazzo immobile guardarmi, mi sento leggera, forse anch'io sto cercando di arricchirmi, sono felice e veramente convinta del pasoliniano «Io darei l'intera Montedison per una lucciola».

sabato 16 maggio 2009

Si conclude la prima settimana di campagna elettorale;non tutta l'Italia è razzista!

Si conclude oggi la prima settimana di campagna elettorale, lunga e faticoso tra volantini, bandiere e gazebo da montare. Oggi sicuramente è stata la giornata più difficile.
Tra i banchi del mercato, i volantini passano di mano in mano, letti velocemente, semplicemente gettati a terra, talvolta conservati per studiarli attentamente;i bambini nel veder il foglio colorato sono sicuramente i più felici. Ci sono anche coloro che vorrebbero votare, ma non possono. Gli stranieri a cui consegno il volantino delusi e scuri in volto, quasi come se quel mio gesto rimarcasse la loro diversità, il loro appartenere alla categoria dei barbari e non dei cives, lo rifiutano, spiegandomi di non averne bisogno poiché non hanno diritto di voto.
Dopo il breve giro di volantinaggio, torno al gazebo, qui si è formato un gruppetto molto caotico: cittadini, amici , assessori, candidati e anche avversari politici, qualcuno mi prende per un braccio, strattonandomi fuori dalla piccola ressa: una signora anziana, con grandi occhi azzurri e capelli tinti rossi mi dice di aver bisogno del mio aiuto. Da qualche giorno porta da mangiare ad una famiglia tunisina, che da Gennaio non ha reddito. Padre e madre tunisini sono stati costretti, così, a rimandare nel paesino d'origine alle porte del deserto le due giovanissime figlie, nate in Italia. Là vivono con la nonna malata in una baracca, la loro unica proprietà sono tre pecore. La madre delle due bambine è nuovamente in attesa di un bambino, sorridente l'anziana signora mi spiega che come le vecchie famiglie contadine dicomanesi, anche loro, malgrado la miseria, continueranno a fare figli finché non nascerà un maschio. La situazione è conosciuta all'assistente sociale, ma i suoi poteri sono limitati e vi è il problema del permesso di soggiorno che non lavorando rischiano di perdere. Sono disarmata, mi vergogno di essere lì a cercare una preferenza ed a gustarmi tranquillamente la mia sigaretta dopo il dolce cappuccino del bar. Mi rendo conto di essere poco autonoma e propositiva, non ho il senso pratico, quindi non so cosa rispondere, lo smarrimento nei miei occhi deve essere chiaro alla donna dagli occhi azzurri, la quale mi suggerisce che occorre trovare vestiti e culla per il nascituro e, soprattutto, dovrei parlare con il Sindaco per trovare un lavoro al signore nord-africano. La mia coscienza bislacca mi spinge a pensare a quei servizi televisivi sulle elezioni in Sicilia, dove il politico per avere voti promette impiego ad personam. Mi chiedo se sia la medesima realtà, mi domando dove sia il confine tra corretto e scorretto, poi guardo quella signora, il gazebo, i volti sorridenti, il sole, il giardino fiorito della piazza principale, non ho dubbi prendo l'impegno di cercare di aiutare quella coppia tunisina, parlerò col Sindaco, cercherò il necessario per il bambino che sta per nascere ... L'atto di quella signora è una disperata ricerca di sostegno per altre persone; la solidarietà e l'amore la spingono; nel nostro dialogo non c'è posto per alcun interesse personale, per alcun voto, o partito: un'Italia diversa esiste, malgrado le leggi razziste del governo, benché la Lega, per un pugno di voti, proponga norme indecenti, malgrado il clima di terrore creato dai media, esiste un Paese che non ha paura dell'altro ed è pronto ad aiutarlo, non rifiuta le differenze, ma ritrova in queste le proprie radici, identità forti per un Paese multietnico, aperto, quindi proteso verso il futuro.

venerdì 15 maggio 2009

delicious:un altro sguardo sul web.

Sto sperimentando da qualche giorno delicious, http://delicious.com/giuliaf. La prima considerazione riguarda la facilità d'uso, nonostante il mo inglese poco più che elementare. Semplice sono l'iscrizione, l'inserimento dei bottoni e l'acquisizione di nuovi bookmarks. L'interfaccia guida molto bene anche gli inesperti, come la sottoscritta. Questione ben più complessa è lo scoprire tutte le sue potenzialità. Ad essere sincera è la prima volta che utilizzo i segnalibri: ho ignorato sempre qualsiasi tipo di strutturazione personale della rete: grave errore, perché dare un proprio senso-direzione alla marea informativa creando un fil rouge non solo permette di risparmiare tempo, ma, soprattutto, produce una nuova identità del web modellata su quella dell'utente. Delicious è, tuttavia, ancora molto più di questo, esso consente la condivisione dei propri link preferiti con tutti gli altri in un grande quadro comune di ricerca on line basato proprio sulle scelte delle persone. Qualsiasi ricerca gestita attraverso delicious non sarà come negli altri motori di ricerca affidata ad oscuri algoritmi, automatici ricorsivi inanimati, bensì fondata sulla creatività individuale, sulla pluralità di opinioni, un motore di ricerca soggettivo, ma, proprio per questo, vivo. Delicious è l'emblema dell'intelligenza collettiva, ma anche di quella connettiva, una piccola porta verso il futuro autogestito della rete. Questo potrebbe essere se non fosse per la sua utenza elitaria, ristretta a coloro che hanno una certa sensibilità per un utilizzo consapevole del web, o a tutti quelli che sono appassionati di tecnologia. Ciò risulta evidente dando una veloce occhiata alle pagine più segnalate. Tale pecca di delicious lo rende un semplice progetto pilota, perfetto nella sua piccola dorata sfera d'azione, ma ben lontano dall'essere la strada percorribile verso il web come comunità autenticamente democratica.

La scuola non si sa rigenerare

Riporto il commento al post di Iamarf " Valutazione corso, caos, ordine, poesia … assignment 8 bis - "
Il brano tratto dallo Zibaldone mi ha ricordato "la nave di Teseo", un noto paradosso filosofico sull'identità e la composizione materiale in virtù della quale identifichiamo tutto ciò che appartiene al mondo; durante un certo periodo di tempo, a poco a poco, le assi che componevano la nave A sono sostituite da Teseo con assi nuove, le vecchie vengono, però, utilizzate da Teseo per costruire la nave B. La questione è quando le assi che costituiscono la nave originale cessano di essere nave A per divenire nave B, o se, addirittura, la nave A sia in realtà la B e viceversa. La mente un po' rigida e, forse , eccessivamente alla ricerca di linee di demarcazione cerca di comprendere quale sia il momento in cui avviene il salto di sistema, dal vecchio emerge il nuovo e se questo nuovo non conservi comunque in sé il seme del vecchio. Nel caso in cui non vi sia alcun tipo di continuità, anche la logica che domina l'architettura del nuovo sistema dovrebbe essere completamente diversa dalla precedente, ma l'uomo come può percepire continui cambiamenti di sistema? Forse non ha neanche le parole per rappresentarli, dato che il suo linguaggio si è definito nel sistema precedente. Applicando la dinamica sistemica alla scuola, quest'ultima potrebbe essere considerata un sistema incapace di rinnnovarsi, rigenerarsi, divenire altro da sé. Essa ha colto, percepito i feedback provenienti dalla società, basti pensare al '68, come negativi, conseguentemente ha rimodulato i suoi input con il solo obiettivo di conservare la sua identità. Ciò ha impedito il dar vita al nuovo, alla rinascita. La scuola, così, oggi è un sistema obsoleto, conservatore che si tinge qua e là di apparente modernità: un pc, un progetto, una lavagna digitale, ma il sistema, purtroppo, è sempre lo stesso.

giovedì 14 maggio 2009

attacchi personali...

Ho scritto stamani un breve commento sulla bacheca di un candidato di un'altra lista per le amministrative; in breve tempo si è scatenato un minuscolo caso non solo virtuale... Si trattava di un attacco, da molti considerato personale, dettato dal mio pathos e dalla convinzione che, quando si è un personaggio pubblico candidato, la coerenza tra ciò che si predica e il comportamento nel privato siano fondamentali. In realtà era una sintesi un po' velenosa dei trascorsi politici molto ambigui di tal signore. La questione diventa interessante nel momento in cui il mio interlocutore per rispondere ha messo in luce il mio status: candidata donna e per di più giovane, come prova della totale inesperienza e facilità nell'essere manipolata da altri. Questo è emblematico di come siano percepite dai più le donne giovani in politica. Se fossi stata un uomo magari con più di trent'anni, il mio genere e la mia età non sarebbero stati fonte di critica personale. Questo insignificante scontro suggerisce alcune riflessioni sulla necessità che il privato diventi pubblico. Da poche ore si è concluso il caso mediatico del divorzio del Presidente del Consiglio e delle sue frequentazioni particolari. Molti oggi, dopo aver sfruttato l'evento per incrementare ascolti e vendite, si interrogano su quanto il privato di un uomo politico possa e debba interessare gli elettori. Ciascuno deve tutelare la propria privicy, la propria libertà di vivere come meglio crede, ma per un amministratore, deputato, ministro la situazione cambia, soprattutto in un momento in cui la politica si sta identificando sempre più con le persone e d'altra parte gli stessi grandi programmi e progetti alla fine sono frutto dell'agire di uomini. In primis occorre sottolineare che il trascorso politico a tutti i livelli, deve essere pubblico, l'elettore ha diritto di conoscere i partiti in cui un candidato o amministratore ha militato e le azioni compiute durante il suo eventuale governo , anzi si tratta di una delle basi della democrazia moderna, conoscere per valutare. Altro discorso deve essere affrontato nel caso in cui , a causa della sua vita privata o precedente all'ingresso in politica, la persona in questione abbia problemi con la legge. Questo dovrebbe renderlo non idonea ricoprire cariche ufficiali, ma, poiché in Italia i fatti dimostrano la diffusa mancanza di moralità, almeno sia consentito che i cittadini sappiano. Infine il privato ha diritto di essere mostrato se va a scontrarsi con ciò che viene esaltato, perseguito pubblicamente: se un certo uomo giudica gli altri, imponendo dall'alto della propria saggezza la giusta via della famiglia, è chiaro che, nel caso in cui divorzi o tradisca la moglie, questo diventi affare noto e politico.
Talvolta la discussione politica si nasconde dietro tali motivazioni per sfociare in aridi attacchi, ma, nella maggior parte dei casi, le discussioni poco interessanti sono altre ed è doveroso controllare chi si occupa della res publica.

mercoledì 13 maggio 2009

la vita su fb

Colgo l'occasione del secondo assignment per soffermarmi sull'uso di facebook da parte dei partiti. Premetto che la mia vuol essere una riflessione del tutto spontanea che parte dall' esperienza personale.


In un freddo pomeriggio sonnolento, durante le vacanze di Natale, giorni di vita forzata in famiglia, ho deciso di cedere a facebook. La mia registrazione è stata dettata dalla situazione contingente: vuoto cosmico, ricerca di vie di fuga e curiosità verso il nuovo, tale da farmi superare anche il timore per l'esposizione, per il mettersi vistosamente in gioco. Serve, infatti, molto coraggio per entrare in quella mischia di relazioni un po' false, di convenienza e talvolta vere. Facebook è, in primis, condivisione gratuita: dialogo immediato attraverso la chat, scambio di commenti, video e musica sulla bacheca. Esso si nutre, però, soprattutto di voyeurismo, i confronti comunicativi si basano per la maggior parte su immagini. La realtà riprodotta perfettamente con video e fotografie, anziché essere il massimo dell'autenticità, diviene su fb l'apice della finzione, un inganno, auto-inganno per convincersi che la mediocre vita non è cosi triste e abitudinaria. Imperversano foto ritoccate di sorridenti amici in posa per scatti pensati per la pura pubblicazione, si ottiene così un mondo fiabesco ri-mediato e perfetto; la finzione diviene perfetta realtà, perché da tutti percepita inconsapevolmente come tale . Con facebook il virtuale ed il reale si compenetrano: al pub si discute di eventi on-line e su facebook si discutono incontri nel mondo tradizionale. Quella linea di demarcazione tra immaginazione e realtà si annulla anche per la politica militante. La campagna elettorale fatta da volantinaggio, breve scambi di opinioni e commenti faziosi si trasferisce sul social network divenendo più ampia, più veloce, meno dispendiosa, ma rimanendo positivamente radicata sul territorio; molte sezioni di partito (pd) hanno il loro profilo, il vecchio tesseramento cede il posto agli amici. Facebook, del resto sta enfatizzando, palesando in modo esagerato quella tendenza, che la politica italiana ha ormai assunto da quasi venti anni, di porre al centro i personaggi, le loro storie, la loro retorica, a discapito dei programmi. Facebook è la miglior vetrina per un tal genere di politica che, si voglia o meno, partendo dagli Stati Uniti si è espansa in Italia e in tutti i paesi europei. Non vi è spazio sulla bacheca per esprimere idee articolate, progetti di società a cui guardare, chi tenta di far ciò è destinato a fallire, perché il mezzo condiziona il messaggio e fb non può contenere la complessità. Paradossalmente, in effetti, quello che dovrebbe essere luogo plurale, di condivisione delle differenze rappresenta, invece, l'apice della semplificazione e dell'omologazione comunicativa, quindi di pensiero. La comunicazione plastificata da partito-saponetta, prima tipica solo di una certa parte che concepiva la res publica come un'azienda, ha suggestionato e inglobato tutti, basta dare un'occhiata ai manifesti elettorali pubblicati anche sul più noto socialnetwork. L'esigenza di semplicità, trasparenza e rapporto diretto con i cittadini è stato confuso con semplificazione e demagogia. Di questo caos totale che vuole la complessità come negativa, facebook è l'emblema. Il bombardamento di volti e spot privi di senso offuscano le lenti dello sguardo critico, come oppio assuefanno e alterano la percezione, gli elettori finiscono per essere completamente smarriti senza bussola, se non quella del qualunquismo.

Il web 2.0 potrebbe essere rifondato, ma è molto difficile, in quanto prodotto di un certo paradigma comunicativo, informativo e relazionale, dove la tradizionale centralità dell'informazione è affiancata da quella della relazione interpersonale, dello scambio bi-direzionale, ma le connessioni sono superficiali, non riescono a penetrare, a divenire elemento generativo di una nuova architettura del post-moderno. La comunicazione della rete è l'espressione di quello che la comunicazione è attualmente, anche a livello politico. Un insieme scoordinato di relazioni mancanti di filo conduttore, magari in fieri. Gli scambi, le connessioni per avere senso dovrebbero ruotare intorno alla riflessione, al mettersi in questione, all'interrogarsi su ciò che si è e si fa , la comunicazione nell'era del web 2.0 per generare e rigenerarsi, divenendo autentica, dovrebbe ripartire dal socratico conosci te stesso. Crisi comunicativa è, quindi crisi creativa, identitaria, frutto dell'abbandono di antiche certezze e dell'incapacità di focalizzare nuovi orizzonti, di un navigare a vista nella nebbia, senza progettare, senza individuare una potente e condivisa meta-utopia capace di orientare. Tutto questo ha un suo valore esistenziale per il privato degli individui, ma anche per il nuovo mondo politico.

lunedì 11 maggio 2009

Secondo giorno di campagna elettorale: la stretta di mano.

Ore 18:00 aperitivo dei candidati dei vari comuni del Mugello insieme al candidato alla Presidenza della Provincia. Dopo mezz'ora l'atteso uomo arriva, i presenti iniziano a seguirlo: imbarazzo e frenesia; lui sorride tranquillo, dispensa, come un buon padre di famiglia, o vecchio dirigente di partito, sagge parole a tutti, sembra conoscere bene anche le situazioni politiche locali più difficili. Alcuni gli parlano sommessamente e con il volto molto preoccupato, il futuro presidente assume, così, l'aspetto di un confessore, improvvisamente il segretario della mia sezione mi fa un cenno, lenta mi avvicino a quell'uomo tanto ricercato: mi saluta, si ricorda di me, qualche mese prima in un incontro pubblico avevo preso la parola per evidenziare con un po' di rabbia la situazione imbarazzante del PD fiorentino. Due minuti dopo sono nuovamente dimenticata nella folla, tutti si stringono le mani reciprocamente, da qualche parte devo aver letto che le elezioni si vincono stringendo mani e non risparmiando sorrisi. Chiara si avvicina e mi offre del vino, bevo e sono sempre più confusa. Credevo che la politica fosse l'arte per eccellenza del discorso logico, evidentemente mi sbagliavo, l'essenziale è il pathos, quindi il sentire, il sentirsi vicini, niente assemblee, o noiosi, perché seri, discorsi. Tutto sembra appartenere alla migliore demagogia berlusconiana, poi vengo sovrastata dall'immagine di un Berlinguer sorridente tra la folla di militanti-lavoratoti delle feste de l'Unità (probabilmente vista su you tube)...
Mi risveglio dal mio peregrinare mentale, il vino comincia a infondermi uno strano tepore, sono quasi le ventuno, è ora di tornare a casa. Stringo mani, mostro con un bel sorriso i miei grossi denti bianchi, pacche sulle spalle e vado via.

domenica 10 maggio 2009

if these walls could talk...

Guardo il video curato da Michael Welch, antropologo culturale e la mente affoga travolta da un'onda immensa di confusi pensieri;da qualche giorno sembra che la mia vita, i miei discorsi, i miei rapporti con le persone ruotino intorno al web 2.0: strano davvero...
Il testo di Welch è fondamentalmente incentrato sulle possibilità del web 2.0, la peculiarità del video, però, è costituita dal voler riprodurre in una classe universitaria, tradizionalmente impostata, la struttura della rete: la cooperazione, l'espressione partecipata e condivisa della propria esperienza personale e quella costruzione di una intelligenza collettiva che solo il social networking sembra permettere in modo globale e capillare. Il lavoro offre innumerevoli suggerimenti circa la scuola, l'università, il loro rimanere ancorate a modelli tradizionali d'insegnamento e, proprio per tale conservatorismo, l'incapacità di queste istituzione educative di connettersi alla realtà. Ciò le porta ad essere prive di efficacia, infatti il tempo trascorso a scuola non è formativo, è solo un breve passaggio obbligato, un'epochè della vita autenticamente vissuta. Questa scuola, isola solitaria nell'oceano della realtà, tuttavia, anziché essere l'arcadia perduta, lo stato di natura a cui ritornare, è un concentrato di furbizia, arrivismo e abitudinarietà, un luogo che rende gli uomini automi sordi, incapaci di ascoltare la propria coscienza, di protendersi verso l'altro per costruire, così, il proprio io.

Le prime immagine, ancora l'aula è inquietantemente vuota,
si soffermano in modo ossessivo su quello spazio classico familiare: una cattedra, una lavagna e innumerevoli sedie, banchi perfettamente allineati, pronti per ospitare numeri, volti anonimi per gli insegnanti e la società.
Quella disposizione impone un disciplinamento dei corpi per giungere ad un rigido inquadramento, più o meno esplicito, delle menti. La collettività-massa, unita e diversa allo stesso tempo, attraverso la conformazione scolastica diventa un insieme di individui non autenticamente comunicanti tra loro, incapaci di ascoltarsi, quindi completamente estranei al fare rete. Studenti, come elettroni impazziti, seguono inconsapevoli percorsi individuali ed etero-diretti, attaccati ad una vaga quanto illusoria idea di realizzazione personale, finendo così, nella loro estenuante ricerca dell'eccezionalità rispetto alla massa, per essere tutti uguali, pateticamente omologati ad un medesimo modello, ad un pensiero unico, ad una forma pardigmatica imposta. L'incipit del video ricorda Foucoult, Sorvegliare e Punire:

Il potere disciplinare è un potere che in luogo di sottrarre e prevalere ha come funzione principale quella di addestrare o, piuttosto, di addestrare per meglio prevale e sottrarre di più. [...] Invece di piegare uniformemente e in massa tutto ciò che gli è sottomesso, separa, analizza, differenzia, spinge i processi di scomposizione fino alle singolarità necessarie e sufficienti. Esso addestra le moltitudini mobili, confuse, inutili di corpi e forze in una molteplicità di elementi individuali [...] la disciplina fabbrica individui [...] Il successo del potere disciplinare deriva senza dubbio dall'uso di strumenti semplici: il controllo gerarchico, la sanzione normalizzatrice e la loro combinazione in una procedura che gli è specifica: l'esame.

Si tratta di una citazione calzante ancora oggi nel 2009; sebbene la pedagogia non veda più come centrale la categoria dell' educazione come conformazione, quel video e la mia esperienza di studentessa mi suggeriscono che le parole di Foucault sono attuali. Gli strumenti di disciplinamento sono sempre più raffinati, si nascondono dietro il benessere e le libere scelte, ma, proprio per questo, sono ancora più incisivi. Quei post non virtuali dei ragazzi lasciati sui fogli, sulle sedie e sul muro ricordano che vi può essere un'alternativa, una formazione del sé auto-diretta proveniente dal linguaggio delle cose e dei coetanei, per dirla con Pasolini. Il web 2.0 diviene la possibilità altra, la riscoperta della condivisione, la rivoluzione culturale lenta, sonnacchiosa, comoda, tuttavia molto efficace. Al di là del timore che si tratti dell'ennesimo dispositivo di inquadramento ancora più pericolosamente oscuro, vorrei che la salvezza non venisse solo dal virtuale, ma avesse in sé un briciolo di reale materialità; la boa galleggiante a cui sfiniti aggrapparsi dovrebbe essere sì il web 2.0, ma in sinergia con una una percepibile scuola-comunità dentro la società, un sistema d'istruzione autenticamente formativo e democratico, strumento per tutti, al di là della famiglia di provenienza, di realizzazione personale, senza riprodurre le ormai consolidate ed a molti tristemente note differenze sociali. Certo è necessario, come sottolinea l'antropologo, cercare di far convergere ciò che accade dentro i tristi muri della scuola con il variegato mondo al di fuori sfruttando proprio le nuove tecnologie, ma il vero obiettivo della scuola deve rimanere la formazione di coscienze critiche , autonome, capaci di interpretare e creare nuova comunicazione, quindi nuovi progetti. La scuola deve potenziare; deve premiare il merito, non la furbizia, "la scuola deve" significa la società di cui quell'istituzione è il più alto emblema. La sfida per un sistema d'istruzione è l'essere educativo e formativo, ripudiando il modello della macchinetta automatica dispensatrice di nozioni. Questa rimane l'utopia, il telos a cui tendere, anche in questo funesto momento, per l'Italia, di tagli all'istruzione pubblica.

Primo giorno di campagna elettorale:costruire una comunità...

Ieri è stata presentata con un' ampia assemblea pubblica la lista della coalizione di centro-sinistra per le amministrative. Ciascun candidato al consiglio comunale doveva in breve chiarire i motivi che lo avevano spinto ad accettare la candidatura.
Mi sono ritrovata, grazie agli spunti di riflessione tratti dal blog di Martin e Iamarf, a parlare con enfasi, anche eccessiva, di rete, di città diffusa, quindi del superamento delle gerarchie e dei tradizionali centri di potere.
La politica può cogliere spunto per rinnovarsi, quindi per ritornare alle sue origini più autentiche: agire da e per la polis, dalla struttura della rete, del web (inteso nei suoi aspetti virtuosi). Questo significa interpretare la realtà attraverso la parola chiave comunità. Rendere i paesi comunità è la sfida politica più alta. Cum-munus con dono , dove il donare è spontaneo reciproco, privo di interessi e consiste nell'ascolto, nell'emapatia, quindi nel riconoscimento dell'altro e del dialogo con questo. Costruire una comunità significa tessere socialmente reti di relazioni interpersonali, pubbliche e costruttive volte al miglioramento della qualità della vita di ciascuno perché formative. La comunità, essendo com-partecipazione, è la via verso la democrazia autentica. Il volano per la realizzazione di una community, di un progetto condiviso da tutti con regole chiare e naturalmente accettate, è proprio la comunicazione: il mettere in comune, non trasmissione di informazioni, ma scambio aperto in fieri sempre migliorabile.
Da scettica delle ICT mi sono ritrovata a presentare uno pseudo e un po' pasticciato modello politico-amministrativo che proprio a quelle guarda; gli astanti hanno apprezzato molto e forse un margine di miglioramento può esistere davvero... Oggi mi sento ottimista!

giovedì 7 maggio 2009

donne e reti, un commento.

Pubblico il commento che ho lasciato sul blog di iamarf, ringraziandolo di avermi accolto nella sua blogclasse
L'anno passato ho sostenuto un esame di filosofia teoretica, il programma verteva sulla teoria delle categorie. Definire l'argomento complesso è un eufemismo, ma il fulcro delle lezioni è stato sin da subito cristallino: la centralità dei collegamenti, della rete, quindi l'importanza non delle fondamenta, ma delle "stesse" architetture rintracciabili nelle categorie più disparate(senza, però, cadere nello strutturalismo).
Con un ampio volo pindarico e molta banalizzazione si potrebbe individuare il ricorrere di relazioni, quindi architetture, analoghe in numerose situazioni sociali, dalla scuola alla politica. L'opinione dei più vuole le donne, rimanendo nella prospettiva categoriale e della rete, come unità sparse tra cui non vi è legame proficuo produttivo: tale situazione probabilmente è vera ( non posso confermarla né rifiutarla, non avendo statistiche ), ma il focus problematico rimane un altro: come possa concludersi la discriminazione di genere in politica, più generalmente in qualsiasi relazione interpersonale.
Non voglio scadere in bieco femminismo, vorrei solo, gettando il cuore oltre l'ostacolo, provare a pensare in modo più ampio ad una reale uguaglianza nel mantenimento delle diversità, biologiche va da sé , ma anche psicologiche. Oggi in Italia la donna ottiene e mantiene determinati ruoli politici e amministrativi trasformandosi, nei casi migliori, in dittatore, rifiutando così tutte le sue propensioni "naturali" - appunto - al dialogo, al pathos più che al logos; lo stesso risultato, nel peggiore dei casi, è raggiunto, invece, sfruttando il proprio corpo naturale o artificiale. In entrambe le opzioni, del resto, il paramento su cui confrontarsi rimane l'uomo, la sua immagine e i suoi desideri.
Davanti alla strategia bellica maschile il mio genere dovrebbe sempre voltarsi dall'altra parte; ma in un Paese che sembra aver dimenticato la meritocrazia, mi risulta difficile figurarmi un'idea utopica di rete femminile a cui tendere per ottenere un po' di giustizia.

mercoledì 6 maggio 2009

veline da regime

Veline nella lista Pdl per le europee e scuola politica per formose assistenti parlamentari, allibisco perchè pochi si indignano, la ragione, l'orgoglio e la passione soccombono sotto pesanti bauli di silicone, soldi e fama. Eppure proprio la politica dovrebbe riflettere su sè e indurre alla riflessione, cercare vie da percorrere per approdare ad un cambiamento che non sia fine a se stesso: un semplice spot elettorale. Una piccola, ma pungente rivoluzione potrebbe esplodere pacificamente solo attraverso non volti nuovi, ma idee, progetti inediti. Può esistere una classe dirigente che non abbia come unico telos la propria autolegittimazione?
Le donne, da sempre in minoranza nella gestione della res publica, dovrebbero riavvicinarsi alla politica, aspirare ad entrare nelle liste, ma in che modo? Escludendo a priori lo strumento del corpo avvenente, non è , però, da difendere il cursus honorum imposto dal Pd, un percorso fatto di diritto di nascita e inquadramento in correnti dietro l'ala misteriosa e per definizione rassicurante dell'astuto misero capo-corrente; può esistere una piccola strada altenativa, magari un sentiero impervio difficile, tuttavia giusto e trasparente?

martedì 5 maggio 2009

La coscienza di Lisistrata

Questo è un diario personale e politico sul prossimo mese di campagna elettorale per le elezioni amministrative e europee del 6-7 Giugno 2009; l’obiettivo è costruire, partendo dalla mia modesta, insignificante esperienza, un’agorà dove le tante “lisistrate” potranno analizzare gli eventi politici locali e nazionali con quella prospettiva, sensibilità, esperienza, coscienza propria delle donne. Ho ritenuto interessante la definizione di questo piccolo spazio dialogico virtuale in virtù di quanto sto vivendo in questi giorni: da una parte la mia candidatura come consigliere comunale per il PD nel piccolo paese dove abito, dall’altra il sovraccarico di commenti, non sempre troppo accurati, sulla necessità della presenza femminile in politica, sui criteri da tenere in considerazione per il “reclutamento” delle donne, questioni che possono essere sviluppate sino a lambire più ampi fronti problematici come la parità di genere nel mondo del lavoro, la necessità di un Paese più meritocratico e la mercificazione del corpo femminile. Spero, con tutte/i coloro che vorranno, di poter approfondire questi spunti di riflessione con rigore logico, ma anche con passione.