mercoledì 20 maggio 2009

Ancora campagna elettorale: l'odio,la periferia e le donne...

La campagna elettorale continua e il nazionale detta l'agenda anche del locale; ieri sera, così, nell'ennesimo incontro con i cittadini, dalla riqualificazione urbanistica la discussione è volata sull'immigrazione, in realtà un fil rouge fra questi due argomenti apparentemente così lontani vi è e proprio in questo esile legame potrebbe risiedere la corretta risposta a chi, vittima della campagna razzista del governo, si sente insicuro e assediato dallo straniero.
C'è chi per un pugno di voti non ha problemi a incendiare gli animi con l'odio contro l'altro,cercando così di sommergere nell'oblio gli animi, rendendoli dimentichi della funesta crisi economica. L'immigrato, soprattutto clandestino, è nell'opinione di molti italiani equivalente a delinquente, tale associazione, a sua volta, si fonda sulla relazione tra insicurezza e immigrazione, facilmente ottenibile diffondendo paura. Ogni amministrazione per evitare l'estendersi di tale melassa di odio rancore e incertezza dovrebbe non alimentare il timore con barriere, ma spingere per una società multi-etnica, quindi per la realizzazione di un altro mondo fra i tanti possibili, dove ogni gesto e comportamento assumano un significato diverso rispetto a quello che hanno in questa triste e squallida Italia; esemplificando al massimo, un mondo in cui un uomo che va a pregare non è terrorista solo perché il suo credo non è quello cristiano.
Il punto di partenza per tale sfida politico-amministrativa è la periferia, la frazione, quella zona lontana dal centro, dalla luce della ribalta, dal lusso e dalla ricchezza, il non luogo per eccellenza poichè senza identità, essendo un agglomerato informe e interscambiabile con tanti altri analoghi non luoghi, tristemente abbandonati alla abitudinarietà del lavoro, della palestra e del centro commerciale. L'u-topia è ricreare quei non-luoghi con progetti democratici condivisi dagli abitanti, qualsiasi sia la loro nazionalità, dello spazio-tempo periferici, condizione quanto materiale, tanto spirituale. L'obiettivo da perseguire è trasformare disumani casermoni, inquietanti parcheggi e solitari spazi vuoti in tanti micro-centri disseminati, occasioni di dialogo, ascolto e confronto per dar vita ad un colorato tessuto sociale in cui ogni filo grazie al suo tessersi con l'altro ritrova un profondamente orientato senso. In una siffatta comunità non vi sarà spazio per la paura, ma solo grande voglia di sentire storie di vita e narrare la propria perché nello sguardo e nella voce dell'altro l'io si ritroverà e capirà. Questa deve essere la risposta a chi vuol lo scontro tra le periferie del mondo. Tale alternativa non può che avere le donne come protagoniste, per la loro inclinazione al pathos come empatia, al dialogo come discorso reciproco ed al loro rifiuto di qualsiasi violento monologo.

martedì 19 maggio 2009

PubMed

Non sono necessarie molte parole per descrivere l'intento di tale tool; il nome è di per esplicativo, PubMed è l'abbreviazione contemporaneamente di pubblicazioni mediche e di pubblicazioni pubbliche mediche. Tale astuto gioco linguistico ricorda che una pubblicazione per definizione deve essere bene di tutti, disponibile per tutti. Quelle due sillabe potrebbero richiamare alla mente anche un più ampio obiettivo: realizzare un'assistenza medica pubblica.
Sembra banale pensare che non dovrebbero esistere né ostacoli, restrizione economiche sulla letteratura medica; la salute è bene primario, a chiunque deve essere garantita la massima qualità delle cure, quindi ogni medico, in qualsiasi struttura sanitaria, deve aver accesso libero alla più aggiornata letteratura medica. Tale sillogismo appartiene alla logica comune, è totalmente condivisibile, ma si scontra con la dura realtà. PubMed appare un progetto importante, malgrado la tremenda traduzione in italiano, ma sarebbe ingenuo pensare che questa sia la semplice risoluzione di una questione molto complessa legata ai finanziamenti delle ricerche, alla distribuzione dei brevetti per le cure mediche e alla gestione della sanità.
I sistemi di finanziamento delle ricerche in Italia e negli Usa rappresentano due poli diametralmente opposti e un sommario confronto mette in luce la presenza di difficoltà in entrambi i casi. Il sistema di ricerca americano ha grandi risorse economiche fornite da industrie, lobby e personalità a istituti e università anch'essi privati, la ricerca, dunque, entra a pieno titolo nel gioco economico e presumibilmente il profitto non sarà un suo obiettivo secondario. Questo in campo medico porta ad avere risultati di ricerche non a tutti accessibili; l'altra faccia di una tale organizzazione è, del resto, l'assistenza medica a pagamento. In Italia le università ed i maggiori centri di ricerca (ancora per poco) sono pubblici, il problema è molto banale, da una parte il governo non li finanzia in modo adeguato, dall'altra si ha molto spreco di denaro, dando, tra l'altro, uno spazio limitato alle menti meritevoli. La questione della pubblicità delle ricerche solleva il più ampio problema (che non tratto per mancanza di spazio e competenza) dei brevetti sui farmaci che impediscono un loro utilizzo da parte di tutti i cittadini del mondo: in ogni istante la vita del continente africano è posta a dura prova da tale disumana realtà. PubMed è quindi una piccola goccia di equità nel mare dell'ingiustizia medico-sociale. Il suo funzionamento "tecnico" è abbastanza facile, ma chiaramente i documenti a cui permette di accedere e le stesse categorie in cui sono suddivisi sono pensati per medici e ricercatori, quindi difficilmente consultabili per un normale utente.

lunedì 18 maggio 2009

Tra Comunione elettorale e lucciole...

Sono abitudinaria e forse interpreto la vita rimanendo ancorata troppo ai miei pregiudizi, ma del resto questi sono l'unica via che l'uomo ha per comprendere il testo della vita, costruito giorno giorno, esperienza dopo esperienza.

Sono atea convinta, non sono stata battezzata e consapevolmente vivo con gioia questa mia condizione di estrema libertà di coscienza. Per tale motivo ho sempre cercato di evitare la partecipazione ad ogni genere di momento religioso imposto a piccoli bambini, ancora non capaci di comprendere in profondità l'essenza dell'avere una fede, soprattutto se si trasformano in volgari feste, occasioni di consumismo e mercificazione. Ieri alle cinque, tuttavia, mi sono ritrovata in una splendida villa sulle colline intorno a Dicomano, tra bollicine, Chianti rosso di ottima qualità e tagliata: insomma nel massimo sfarzo per una festa di Comunione. Sono stata indotta a parteciparvi: quell'invito, secondo tutti, era un'opportunità da non perdere per la ricerca di preferenze. Presto mi sono accorta, però, tra una sigaretta, un sorriso e l'ennesimo bicchiere, che non c'era spazio per la mia bella politica, fatta di progetti e alti ideali, opinioni positive e pungenti critiche.

La politica entrava nelle discussioni nei suoi aspetti più volgari e offensivi, del resto dovevo immaginarlo, vista la mia enciclopedia di pregiudizi, che avvocati, costruttori e architetti avessero un certo approccio alla realtà eccessivamente legato ai propri interessi economici.

La serata è piacevolmente calda, girando per le varie stanze osservo quadri psichedelici stupendi e pacchiane riproduzioni di opere trecentesche. Su un antico tavolo in pietra si trova un eccezionale capitello, mentre lo tocco, sono raggiunta dal padre della festeggiata, questi borioso mi conferma che si tratta di un pezzo tardo romano autentico. Com'è possibile? In Italia basta avere un po' di soldi per poter prendersi ciò che appartiene a tutti e conservarlo egoisticamente solo per i propri sguardi. Mi complimento col padrone di casa che mi conduce a vedere la cantina, bellissima, attraversata da un odore strano che porta in un'altra dimensione, rurale, autentica da arcadia dorata, alle pareti, fra le infinite bottiglie, sono appesi numerosi affascinanti oggetti per la mescita. Tornata in giardino le persone presenti sono aumentate, ricconi e arricchiti gareggiano pateticamente a fingere la perfezione, molti sfoggiano le compagne come trofei, queste sono sedute separatamente non sopportando le discussioni d'affari dei loro uomini. Tutto è ripugnante, vorrei fuggire, il mio ragazzo, invece, saltella da un tavolo ad un altro, ama quel posto e forse quella gente. La serata trascorre; arriva, tra l'altro, il giovane candidato a Sindaco della PDL, tra le braccia ha un minuscolo canino, svetta per la sua altezza e per il completo che indossa di un' eleganza esagerata. Mi sembra di trovarmi in un'orrenda copia di quei famosi salotti buoni, o , peggio ancora, di certe rozze feste da "vip". Se gli originali mi sollevano una profonda rabbia, all'interno della riproduzione, emblema dell'occupazione dell'Italia da parte della cultura berlusconiana, provo compassione per chi non sa costruire una propria identità e si aggrappa ai soldi, all'apparire, all'emulare. Deve essere difficile, immagino, essere la brutta imitazione per tutta la vita, avere e voler avere sempre più per raggiungere i papponi di successo. Verso mezzanotte finalmente riesco ad uscire da quell'altissimo cancello, meravigliosamente tutta la vigna sotto la strada è illuminata da centinaia di lucciole, il ricordo corre all'infanzia, ogni lucciola un soldino; la voglia mi invade, mi lancio per catturarne un po', intravedo, grazie al chiarore della luna, il mio ragazzo immobile guardarmi, mi sento leggera, forse anch'io sto cercando di arricchirmi, sono felice e veramente convinta del pasoliniano «Io darei l'intera Montedison per una lucciola».

sabato 16 maggio 2009

Si conclude la prima settimana di campagna elettorale;non tutta l'Italia è razzista!

Si conclude oggi la prima settimana di campagna elettorale, lunga e faticoso tra volantini, bandiere e gazebo da montare. Oggi sicuramente è stata la giornata più difficile.
Tra i banchi del mercato, i volantini passano di mano in mano, letti velocemente, semplicemente gettati a terra, talvolta conservati per studiarli attentamente;i bambini nel veder il foglio colorato sono sicuramente i più felici. Ci sono anche coloro che vorrebbero votare, ma non possono. Gli stranieri a cui consegno il volantino delusi e scuri in volto, quasi come se quel mio gesto rimarcasse la loro diversità, il loro appartenere alla categoria dei barbari e non dei cives, lo rifiutano, spiegandomi di non averne bisogno poiché non hanno diritto di voto.
Dopo il breve giro di volantinaggio, torno al gazebo, qui si è formato un gruppetto molto caotico: cittadini, amici , assessori, candidati e anche avversari politici, qualcuno mi prende per un braccio, strattonandomi fuori dalla piccola ressa: una signora anziana, con grandi occhi azzurri e capelli tinti rossi mi dice di aver bisogno del mio aiuto. Da qualche giorno porta da mangiare ad una famiglia tunisina, che da Gennaio non ha reddito. Padre e madre tunisini sono stati costretti, così, a rimandare nel paesino d'origine alle porte del deserto le due giovanissime figlie, nate in Italia. Là vivono con la nonna malata in una baracca, la loro unica proprietà sono tre pecore. La madre delle due bambine è nuovamente in attesa di un bambino, sorridente l'anziana signora mi spiega che come le vecchie famiglie contadine dicomanesi, anche loro, malgrado la miseria, continueranno a fare figli finché non nascerà un maschio. La situazione è conosciuta all'assistente sociale, ma i suoi poteri sono limitati e vi è il problema del permesso di soggiorno che non lavorando rischiano di perdere. Sono disarmata, mi vergogno di essere lì a cercare una preferenza ed a gustarmi tranquillamente la mia sigaretta dopo il dolce cappuccino del bar. Mi rendo conto di essere poco autonoma e propositiva, non ho il senso pratico, quindi non so cosa rispondere, lo smarrimento nei miei occhi deve essere chiaro alla donna dagli occhi azzurri, la quale mi suggerisce che occorre trovare vestiti e culla per il nascituro e, soprattutto, dovrei parlare con il Sindaco per trovare un lavoro al signore nord-africano. La mia coscienza bislacca mi spinge a pensare a quei servizi televisivi sulle elezioni in Sicilia, dove il politico per avere voti promette impiego ad personam. Mi chiedo se sia la medesima realtà, mi domando dove sia il confine tra corretto e scorretto, poi guardo quella signora, il gazebo, i volti sorridenti, il sole, il giardino fiorito della piazza principale, non ho dubbi prendo l'impegno di cercare di aiutare quella coppia tunisina, parlerò col Sindaco, cercherò il necessario per il bambino che sta per nascere ... L'atto di quella signora è una disperata ricerca di sostegno per altre persone; la solidarietà e l'amore la spingono; nel nostro dialogo non c'è posto per alcun interesse personale, per alcun voto, o partito: un'Italia diversa esiste, malgrado le leggi razziste del governo, benché la Lega, per un pugno di voti, proponga norme indecenti, malgrado il clima di terrore creato dai media, esiste un Paese che non ha paura dell'altro ed è pronto ad aiutarlo, non rifiuta le differenze, ma ritrova in queste le proprie radici, identità forti per un Paese multietnico, aperto, quindi proteso verso il futuro.

venerdì 15 maggio 2009

delicious:un altro sguardo sul web.

Sto sperimentando da qualche giorno delicious, http://delicious.com/giuliaf. La prima considerazione riguarda la facilità d'uso, nonostante il mo inglese poco più che elementare. Semplice sono l'iscrizione, l'inserimento dei bottoni e l'acquisizione di nuovi bookmarks. L'interfaccia guida molto bene anche gli inesperti, come la sottoscritta. Questione ben più complessa è lo scoprire tutte le sue potenzialità. Ad essere sincera è la prima volta che utilizzo i segnalibri: ho ignorato sempre qualsiasi tipo di strutturazione personale della rete: grave errore, perché dare un proprio senso-direzione alla marea informativa creando un fil rouge non solo permette di risparmiare tempo, ma, soprattutto, produce una nuova identità del web modellata su quella dell'utente. Delicious è, tuttavia, ancora molto più di questo, esso consente la condivisione dei propri link preferiti con tutti gli altri in un grande quadro comune di ricerca on line basato proprio sulle scelte delle persone. Qualsiasi ricerca gestita attraverso delicious non sarà come negli altri motori di ricerca affidata ad oscuri algoritmi, automatici ricorsivi inanimati, bensì fondata sulla creatività individuale, sulla pluralità di opinioni, un motore di ricerca soggettivo, ma, proprio per questo, vivo. Delicious è l'emblema dell'intelligenza collettiva, ma anche di quella connettiva, una piccola porta verso il futuro autogestito della rete. Questo potrebbe essere se non fosse per la sua utenza elitaria, ristretta a coloro che hanno una certa sensibilità per un utilizzo consapevole del web, o a tutti quelli che sono appassionati di tecnologia. Ciò risulta evidente dando una veloce occhiata alle pagine più segnalate. Tale pecca di delicious lo rende un semplice progetto pilota, perfetto nella sua piccola dorata sfera d'azione, ma ben lontano dall'essere la strada percorribile verso il web come comunità autenticamente democratica.

La scuola non si sa rigenerare

Riporto il commento al post di Iamarf " Valutazione corso, caos, ordine, poesia … assignment 8 bis - "
Il brano tratto dallo Zibaldone mi ha ricordato "la nave di Teseo", un noto paradosso filosofico sull'identità e la composizione materiale in virtù della quale identifichiamo tutto ciò che appartiene al mondo; durante un certo periodo di tempo, a poco a poco, le assi che componevano la nave A sono sostituite da Teseo con assi nuove, le vecchie vengono, però, utilizzate da Teseo per costruire la nave B. La questione è quando le assi che costituiscono la nave originale cessano di essere nave A per divenire nave B, o se, addirittura, la nave A sia in realtà la B e viceversa. La mente un po' rigida e, forse , eccessivamente alla ricerca di linee di demarcazione cerca di comprendere quale sia il momento in cui avviene il salto di sistema, dal vecchio emerge il nuovo e se questo nuovo non conservi comunque in il seme del vecchio. Nel caso in cui non vi sia alcun tipo di continuità, anche la logica che domina l'architettura del nuovo sistema dovrebbe essere completamente diversa dalla precedente, ma l'uomo come può percepire continui cambiamenti di sistema? Forse non ha neanche le parole per rappresentarli, dato che il suo linguaggio si è definito nel sistema precedente. Applicando la dinamica sistemica alla scuola, quest'ultima potrebbe essere considerata un sistema incapace di rinnnovarsi, rigenerarsi, divenire altro da . Essa ha colto, percepito i feedback provenienti dalla società, basti pensare al '68, come negativi, conseguentemente ha rimodulato i suoi input con il solo obiettivo di conservare la sua identità. Ciò ha impedito il dar vita al nuovo, alla rinascita. La scuola, così, oggi è un sistema obsoleto, conservatore che si tinge qua e là di apparente modernità: un pc, un progetto, una lavagna digitale, ma il sistema, purtroppo, è sempre lo stesso.

giovedì 14 maggio 2009

attacchi personali...

Ho scritto stamani un breve commento sulla bacheca di un candidato di un'altra lista per le amministrative; in breve tempo si è scatenato un minuscolo caso non solo virtuale... Si trattava di un attacco, da molti considerato personale, dettato dal mio pathos e dalla convinzione che, quando si è un personaggio pubblico candidato, la coerenza tra ciò che si predica e il comportamento nel privato siano fondamentali. In realtà era una sintesi un po' velenosa dei trascorsi politici molto ambigui di tal signore. La questione diventa interessante nel momento in cui il mio interlocutore per rispondere ha messo in luce il mio status: candidata donna e per di più giovane, come prova della totale inesperienza e facilità nell'essere manipolata da altri. Questo è emblematico di come siano percepite dai più le donne giovani in politica. Se fossi stata un uomo magari con più di trent'anni, il mio genere e la mia età non sarebbero stati fonte di critica personale. Questo insignificante scontro suggerisce alcune riflessioni sulla necessità che il privato diventi pubblico. Da poche ore si è concluso il caso mediatico del divorzio del Presidente del Consiglio e delle sue frequentazioni particolari. Molti oggi, dopo aver sfruttato l'evento per incrementare ascolti e vendite, si interrogano su quanto il privato di un uomo politico possa e debba interessare gli elettori. Ciascuno deve tutelare la propria privicy, la propria libertà di vivere come meglio crede, ma per un amministratore, deputato, ministro la situazione cambia, soprattutto in un momento in cui la politica si sta identificando sempre più con le persone e d'altra parte gli stessi grandi programmi e progetti alla fine sono frutto dell'agire di uomini. In primis occorre sottolineare che il trascorso politico a tutti i livelli, deve essere pubblico, l'elettore ha diritto di conoscere i partiti in cui un candidato o amministratore ha militato e le azioni compiute durante il suo eventuale governo , anzi si tratta di una delle basi della democrazia moderna, conoscere per valutare. Altro discorso deve essere affrontato nel caso in cui , a causa della sua vita privata o precedente all'ingresso in politica, la persona in questione abbia problemi con la legge. Questo dovrebbe renderlo non idonea ricoprire cariche ufficiali, ma, poiché in Italia i fatti dimostrano la diffusa mancanza di moralità, almeno sia consentito che i cittadini sappiano. Infine il privato ha diritto di essere mostrato se va a scontrarsi con ciò che viene esaltato, perseguito pubblicamente: se un certo uomo giudica gli altri, imponendo dall'alto della propria saggezza la giusta via della famiglia, è chiaro che, nel caso in cui divorzi o tradisca la moglie, questo diventi affare noto e politico.
Talvolta la discussione politica si nasconde dietro tali motivazioni per sfociare in aridi attacchi, ma, nella maggior parte dei casi, le discussioni poco interessanti sono altre ed è doveroso controllare chi si occupa della res publica.

mercoledì 13 maggio 2009

la vita su fb

Colgo l'occasione del secondo assignment per soffermarmi sull'uso di facebook da parte dei partiti. Premetto che la mia vuol essere una riflessione del tutto spontanea che parte dall' esperienza personale.


In un freddo pomeriggio sonnolento, durante le vacanze di Natale, giorni di vita forzata in famiglia, ho deciso di cedere a facebook. La mia registrazione è stata dettata dalla situazione contingente: vuoto cosmico, ricerca di vie di fuga e curiosità verso il nuovo, tale da farmi superare anche il timore per l'esposizione, per il mettersi vistosamente in gioco. Serve, infatti, molto coraggio per entrare in quella mischia di relazioni un po' false, di convenienza e talvolta vere. Facebook è, in primis, condivisione gratuita: dialogo immediato attraverso la chat, scambio di commenti, video e musica sulla bacheca. Esso si nutre, però, soprattutto di voyeurismo, i confronti comunicativi si basano per la maggior parte su immagini. La realtà riprodotta perfettamente con video e fotografie, anziché essere il massimo dell'autenticità, diviene su fb l'apice della finzione, un inganno, auto-inganno per convincersi che la mediocre vita non è cosi triste e abitudinaria. Imperversano foto ritoccate di sorridenti amici in posa per scatti pensati per la pura pubblicazione, si ottiene così un mondo fiabesco ri-mediato e perfetto; la finzione diviene perfetta realtà, perché da tutti percepita inconsapevolmente come tale . Con facebook il virtuale ed il reale si compenetrano: al pub si discute di eventi on-line e su facebook si discutono incontri nel mondo tradizionale. Quella linea di demarcazione tra immaginazione e realtà si annulla anche per la politica militante. La campagna elettorale fatta da volantinaggio, breve scambi di opinioni e commenti faziosi si trasferisce sul social network divenendo più ampia, più veloce, meno dispendiosa, ma rimanendo positivamente radicata sul territorio; molte sezioni di partito (pd) hanno il loro profilo, il vecchio tesseramento cede il posto agli amici. Facebook, del resto sta enfatizzando, palesando in modo esagerato quella tendenza, che la politica italiana ha ormai assunto da quasi venti anni, di porre al centro i personaggi, le loro storie, la loro retorica, a discapito dei programmi. Facebook è la miglior vetrina per un tal genere di politica che, si voglia o meno, partendo dagli Stati Uniti si è espansa in Italia e in tutti i paesi europei. Non vi è spazio sulla bacheca per esprimere idee articolate, progetti di società a cui guardare, chi tenta di far ciò è destinato a fallire, perché il mezzo condiziona il messaggio e fb non può contenere la complessità. Paradossalmente, in effetti, quello che dovrebbe essere luogo plurale, di condivisione delle differenze rappresenta, invece, l'apice della semplificazione e dell'omologazione comunicativa, quindi di pensiero. La comunicazione plastificata da partito-saponetta, prima tipica solo di una certa parte che concepiva la res publica come un'azienda, ha suggestionato e inglobato tutti, basta dare un'occhiata ai manifesti elettorali pubblicati anche sul più noto socialnetwork. L'esigenza di semplicità, trasparenza e rapporto diretto con i cittadini è stato confuso con semplificazione e demagogia. Di questo caos totale che vuole la complessità come negativa, facebook è l'emblema. Il bombardamento di volti e spot privi di senso offuscano le lenti dello sguardo critico, come oppio assuefanno e alterano la percezione, gli elettori finiscono per essere completamente smarriti senza bussola, se non quella del qualunquismo.

Il web 2.0 potrebbe essere rifondato, ma è molto difficile, in quanto prodotto di un certo paradigma comunicativo, informativo e relazionale, dove la tradizionale centralità dell'informazione è affiancata da quella della relazione interpersonale, dello scambio bi-direzionale, ma le connessioni sono superficiali, non riescono a penetrare, a divenire elemento generativo di una nuova architettura del post-moderno. La comunicazione della rete è l'espressione di quello che la comunicazione è attualmente, anche a livello politico. Un insieme scoordinato di relazioni mancanti di filo conduttore, magari in fieri. Gli scambi, le connessioni per avere senso dovrebbero ruotare intorno alla riflessione, al mettersi in questione, all'interrogarsi su ciò che si è e si fa , la comunicazione nell'era del web 2.0 per generare e rigenerarsi, divenendo autentica, dovrebbe ripartire dal socratico conosci te stesso. Crisi comunicativa è, quindi crisi creativa, identitaria, frutto dell'abbandono di antiche certezze e dell'incapacità di focalizzare nuovi orizzonti, di un navigare a vista nella nebbia, senza progettare, senza individuare una potente e condivisa meta-utopia capace di orientare. Tutto questo ha un suo valore esistenziale per il privato degli individui, ma anche per il nuovo mondo politico.

lunedì 11 maggio 2009

Secondo giorno di campagna elettorale: la stretta di mano.

Ore 18:00 aperitivo dei candidati dei vari comuni del Mugello insieme al candidato alla Presidenza della Provincia. Dopo mezz'ora l'atteso uomo arriva, i presenti iniziano a seguirlo: imbarazzo e frenesia; lui sorride tranquillo, dispensa, come un buon padre di famiglia, o vecchio dirigente di partito, sagge parole a tutti, sembra conoscere bene anche le situazioni politiche locali più difficili. Alcuni gli parlano sommessamente e con il volto molto preoccupato, il futuro presidente assume, così, l'aspetto di un confessore, improvvisamente il segretario della mia sezione mi fa un cenno, lenta mi avvicino a quell'uomo tanto ricercato: mi saluta, si ricorda di me, qualche mese prima in un incontro pubblico avevo preso la parola per evidenziare con un po' di rabbia la situazione imbarazzante del PD fiorentino. Due minuti dopo sono nuovamente dimenticata nella folla, tutti si stringono le mani reciprocamente, da qualche parte devo aver letto che le elezioni si vincono stringendo mani e non risparmiando sorrisi. Chiara si avvicina e mi offre del vino, bevo e sono sempre più confusa. Credevo che la politica fosse l'arte per eccellenza del discorso logico, evidentemente mi sbagliavo, l'essenziale è il pathos, quindi il sentire, il sentirsi vicini, niente assemblee, o noiosi, perché seri, discorsi. Tutto sembra appartenere alla migliore demagogia berlusconiana, poi vengo sovrastata dall'immagine di un Berlinguer sorridente tra la folla di militanti-lavoratoti delle feste de l'Unità (probabilmente vista su you tube)...
Mi risveglio dal mio peregrinare mentale, il vino comincia a infondermi uno strano tepore, sono quasi le ventuno, è ora di tornare a casa. Stringo mani, mostro con un bel sorriso i miei grossi denti bianchi, pacche sulle spalle e vado via.

domenica 10 maggio 2009

if these walls could talk...

Guardo il video curato da Michael Welch, antropologo culturale e la mente affoga travolta da un'onda immensa di confusi pensieri;da qualche giorno sembra che la mia vita, i miei discorsi, i miei rapporti con le persone ruotino intorno al web 2.0: strano davvero...
Il testo di Welch è fondamentalmente incentrato sulle possibilità del web 2.0, la peculiarità del video, però, è costituita dal voler riprodurre in una classe universitaria, tradizionalmente impostata, la struttura della rete: la cooperazione, l'espressione partecipata e condivisa della propria esperienza personale e quella costruzione di una intelligenza collettiva che solo il social networking sembra permettere in modo globale e capillare. Il lavoro offre innumerevoli suggerimenti circa la scuola, l'università, il loro rimanere ancorate a modelli tradizionali d'insegnamento e, proprio per tale conservatorismo, l'incapacità di queste istituzione educative di connettersi alla realtà. Ciò le porta ad essere prive di efficacia, infatti il tempo trascorso a scuola non è formativo, è solo un breve passaggio obbligato, un'epochè della vita autenticamente vissuta. Questa scuola, isola solitaria nell'oceano della realtà, tuttavia, anziché essere l'arcadia perduta, lo stato di natura a cui ritornare, è un concentrato di furbizia, arrivismo e abitudinarietà, un luogo che rende gli uomini automi sordi, incapaci di ascoltare la propria coscienza, di protendersi verso l'altro per costruire, così, il proprio io.

Le prime immagine, ancora l'aula è inquietantemente vuota,
si soffermano in modo ossessivo su quello spazio classico familiare: una cattedra, una lavagna e innumerevoli sedie, banchi perfettamente allineati, pronti per ospitare numeri, volti anonimi per gli insegnanti e la società.
Quella disposizione impone un disciplinamento dei corpi per giungere ad un rigido inquadramento, più o meno esplicito, delle menti. La collettività-massa, unita e diversa allo stesso tempo, attraverso la conformazione scolastica diventa un insieme di individui non autenticamente comunicanti tra loro, incapaci di ascoltarsi, quindi completamente estranei al fare rete. Studenti, come elettroni impazziti, seguono inconsapevoli percorsi individuali ed etero-diretti, attaccati ad una vaga quanto illusoria idea di realizzazione personale, finendo così, nella loro estenuante ricerca dell'eccezionalità rispetto alla massa, per essere tutti uguali, pateticamente omologati ad un medesimo modello, ad un pensiero unico, ad una forma pardigmatica imposta. L'incipit del video ricorda Foucoult, Sorvegliare e Punire:

Il potere disciplinare è un potere che in luogo di sottrarre e prevalere ha come funzione principale quella di addestrare o, piuttosto, di addestrare per meglio prevale e sottrarre di più. [...] Invece di piegare uniformemente e in massa tutto ciò che gli è sottomesso, separa, analizza, differenzia, spinge i processi di scomposizione fino alle singolarità necessarie e sufficienti. Esso addestra le moltitudini mobili, confuse, inutili di corpi e forze in una molteplicità di elementi individuali [...] la disciplina fabbrica individui [...] Il successo del potere disciplinare deriva senza dubbio dall'uso di strumenti semplici: il controllo gerarchico, la sanzione normalizzatrice e la loro combinazione in una procedura che gli è specifica: l'esame.

Si tratta di una citazione calzante ancora oggi nel 2009; sebbene la pedagogia non veda più come centrale la categoria dell' educazione come conformazione, quel video e la mia esperienza di studentessa mi suggeriscono che le parole di Foucault sono attuali. Gli strumenti di disciplinamento sono sempre più raffinati, si nascondono dietro il benessere e le libere scelte, ma, proprio per questo, sono ancora più incisivi. Quei post non virtuali dei ragazzi lasciati sui fogli, sulle sedie e sul muro ricordano che vi può essere un'alternativa, una formazione del sé auto-diretta proveniente dal linguaggio delle cose e dei coetanei, per dirla con Pasolini. Il web 2.0 diviene la possibilità altra, la riscoperta della condivisione, la rivoluzione culturale lenta, sonnacchiosa, comoda, tuttavia molto efficace. Al di là del timore che si tratti dell'ennesimo dispositivo di inquadramento ancora più pericolosamente oscuro, vorrei che la salvezza non venisse solo dal virtuale, ma avesse in sé un briciolo di reale materialità; la boa galleggiante a cui sfiniti aggrapparsi dovrebbe essere sì il web 2.0, ma in sinergia con una una percepibile scuola-comunità dentro la società, un sistema d'istruzione autenticamente formativo e democratico, strumento per tutti, al di là della famiglia di provenienza, di realizzazione personale, senza riprodurre le ormai consolidate ed a molti tristemente note differenze sociali. Certo è necessario, come sottolinea l'antropologo, cercare di far convergere ciò che accade dentro i tristi muri della scuola con il variegato mondo al di fuori sfruttando proprio le nuove tecnologie, ma il vero obiettivo della scuola deve rimanere la formazione di coscienze critiche , autonome, capaci di interpretare e creare nuova comunicazione, quindi nuovi progetti. La scuola deve potenziare; deve premiare il merito, non la furbizia, "la scuola deve" significa la società di cui quell'istituzione è il più alto emblema. La sfida per un sistema d'istruzione è l'essere educativo e formativo, ripudiando il modello della macchinetta automatica dispensatrice di nozioni. Questa rimane l'utopia, il telos a cui tendere, anche in questo funesto momento, per l'Italia, di tagli all'istruzione pubblica.

Primo giorno di campagna elettorale:costruire una comunità...

Ieri è stata presentata con un' ampia assemblea pubblica la lista della coalizione di centro-sinistra per le amministrative. Ciascun candidato al consiglio comunale doveva in breve chiarire i motivi che lo avevano spinto ad accettare la candidatura.
Mi sono ritrovata, grazie agli spunti di riflessione tratti dal blog di Martin e Iamarf, a parlare con enfasi, anche eccessiva, di rete, di città diffusa, quindi del superamento delle gerarchie e dei tradizionali centri di potere.
La politica può cogliere spunto per rinnovarsi, quindi per ritornare alle sue origini più autentiche: agire da e per la polis, dalla struttura della rete, del web (inteso nei suoi aspetti virtuosi). Questo significa interpretare la realtà attraverso la parola chiave comunità. Rendere i paesi comunità è la sfida politica più alta. Cum-munus con dono , dove il donare è spontaneo reciproco, privo di interessi e consiste nell'ascolto, nell'emapatia, quindi nel riconoscimento dell'altro e del dialogo con questo. Costruire una comunità significa tessere socialmente reti di relazioni interpersonali, pubbliche e costruttive volte al miglioramento della qualità della vita di ciascuno perché formative. La comunità, essendo com-partecipazione, è la via verso la democrazia autentica. Il volano per la realizzazione di una community, di un progetto condiviso da tutti con regole chiare e naturalmente accettate, è proprio la comunicazione: il mettere in comune, non trasmissione di informazioni, ma scambio aperto in fieri sempre migliorabile.
Da scettica delle ICT mi sono ritrovata a presentare uno pseudo e un po' pasticciato modello politico-amministrativo che proprio a quelle guarda; gli astanti hanno apprezzato molto e forse un margine di miglioramento può esistere davvero... Oggi mi sento ottimista!

giovedì 7 maggio 2009

donne e reti, un commento.

Pubblico il commento che ho lasciato sul blog di iamarf, ringraziandolo di avermi accolto nella sua blogclasse
L'anno passato ho sostenuto un esame di filosofia teoretica, il programma verteva sulla teoria delle categorie. Definire l'argomento complesso è un eufemismo, ma il fulcro delle lezioni è stato sin da subito cristallino: la centralità dei collegamenti, della rete, quindi l'importanza non delle fondamenta, ma delle "stesse" architetture rintracciabili nelle categorie più disparate(senza, però, cadere nello strutturalismo).
Con un ampio volo pindarico e molta banalizzazione si potrebbe individuare il ricorrere di relazioni, quindi architetture, analoghe in numerose situazioni sociali, dalla scuola alla politica. L'opinione dei più vuole le donne, rimanendo nella prospettiva categoriale e della rete, come unità sparse tra cui non vi è legame proficuo produttivo: tale situazione probabilmente è vera ( non posso confermarla rifiutarla, non avendo statistiche ), ma il focus problematico rimane un altro: come possa concludersi la discriminazione di genere in politica, più generalmente in qualsiasi relazione interpersonale.
Non voglio scadere in bieco femminismo, vorrei solo, gettando il cuore oltre l'ostacolo, provare a pensare in modo più ampio ad una reale uguaglianza nel mantenimento delle diversità, biologiche va da , ma anche psicologiche. Oggi in Italia la donna ottiene e mantiene determinati ruoli politici e amministrativi trasformandosi, nei casi migliori, in dittatore, rifiutando così tutte le sue propensioni "naturali" - appunto - al dialogo, al pathos più che al logos; lo stesso risultato, nel peggiore dei casi, è raggiunto, invece, sfruttando il proprio corpo naturale o artificiale. In entrambe le opzioni, del resto, il paramento su cui confrontarsi rimane l'uomo, la sua immagine e i suoi desideri.
Davanti alla strategia bellica maschile il mio genere dovrebbe sempre voltarsi dall'altra parte; ma in un Paese che sembra aver dimenticato la meritocrazia, mi risulta difficile figurarmi un'idea utopica di rete femminile a cui tendere per ottenere un po' di giustizia.

mercoledì 6 maggio 2009

veline da regime

Veline nella lista Pdl per le europee e scuola politica per formose assistenti parlamentari, allibisco perchè pochi si indignano, la ragione, l'orgoglio e la passione soccombono sotto pesanti bauli di silicone, soldi e fama. Eppure proprio la politica dovrebbe riflettere su sè e indurre alla riflessione, cercare vie da percorrere per approdare ad un cambiamento che non sia fine a se stesso: un semplice spot elettorale. Una piccola, ma pungente rivoluzione potrebbe esplodere pacificamente solo attraverso non volti nuovi, ma idee, progetti inediti. Può esistere una classe dirigente che non abbia come unico telos la propria autolegittimazione?
Le donne, da sempre in minoranza nella gestione della res publica, dovrebbero riavvicinarsi alla politica, aspirare ad entrare nelle liste, ma in che modo? Escludendo a priori lo strumento del corpo avvenente, non è , però, da difendere il cursus honorum imposto dal Pd, un percorso fatto di diritto di nascita e inquadramento in correnti dietro l'ala misteriosa e per definizione rassicurante dell'astuto misero capo-corrente; può esistere una piccola strada altenativa, magari un sentiero impervio difficile, tuttavia giusto e trasparente?

martedì 5 maggio 2009

La coscienza di Lisistrata

Questo è un diario personale e politico sul prossimo mese di campagna elettorale per le elezioni amministrative e europee del 6-7 Giugno 2009; l’obiettivo è costruire, partendo dalla mia modesta, insignificante esperienza, un’agorà dove le tante “lisistrate” potranno analizzare gli eventi politici locali e nazionali con quella prospettiva, sensibilità, esperienza, coscienza propria delle donne. Ho ritenuto interessante la definizione di questo piccolo spazio dialogico virtuale in virtù di quanto sto vivendo in questi giorni: da una parte la mia candidatura come consigliere comunale per il PD nel piccolo paese dove abito, dall’altra il sovraccarico di commenti, non sempre troppo accurati, sulla necessità della presenza femminile in politica, sui criteri da tenere in considerazione per il “reclutamento” delle donne, questioni che possono essere sviluppate sino a lambire più ampi fronti problematici come la parità di genere nel mondo del lavoro, la necessità di un Paese più meritocratico e la mercificazione del corpo femminile. Spero, con tutte/i coloro che vorranno, di poter approfondire questi spunti di riflessione con rigore logico, ma anche con passione.
...Abbiamo sopportato , per nostra moderazione, tutto quello che facevate voi uomini. Non ci lasciavate aprir bocca; e peraltro il vostro comportamento non ci piaceva affatto... [Aristofane, Lisistrata 8-12]